François Hollande, « L’Europa che voglio » (Le Monde, 8 maggio)

François Hollande, « L’Europa che voglio », Le Monde (8 maggio)

Traduzione dall’Ambasciata di Francia in Italia; soltanto la versione francese fa fede

"L’8 maggio 1945, al termine dei sei anni di un conflitto sanguinario e barbaro, veniva proclamata la pace.

Questa vittoria fu quella della libertà. Ha scongiurato uno dei pericoli maggiori che abbiano mai minacciato l’umanità. A causa delle perdite spaventose legate ai combattimenti, ai bombardamenti e al martirio dei civili, che hanno culminato nella Shoah, i paesi europei uscivano decimati dalla guerra, la loro gioventù sacrificata e la loro economia rovinata.

Ciononostante, lo stesso continente, gli stessi popoli, le stesse nazioni si sono riprese e conoscono finora il periodo di pace più lungo mai visto nella loro storia. Le città sono state ricostruite, il tenore di vita è decuplicato, la scomparsa delle frontiere ha consentito la libera circolazione delle persone, e la molteplicazione degli scambi ha agevolato il ritorno alla prosperità.

L’Europa si è allargata. È diventata l’insieme di Stati democratici più vasto nonché la più grande economia del mondo.

A cosa dobbiamo questa inaudita risurrezione, questa eccezionale rinascita ? All’unione ! All’unione dei cittadini, all’unione delle economie, all’unione delle nazioni.


Dobbiamo ricordarci

Questa opera – bisogna ricordarlo ?—è stata voluta dalla grande maggiorità dei Francesi e delle nostre forze politiche. È stata incoraggiata, sviluppata, consolidata da diverse generazioni di uomini di Stato che hanno saputo riconciliare Francia e Germania intorno a un progetto in grado di superarle. Questa amicizia fonda tuttora il nostro avvenire. E tutti i presidenti della V° Repubblica vi si dedicano pienamente.

Dobbiamo ricordarci, noi Francesi, di quello che dobbiamo all’Europa. Dobbiamo ricordarci il solenne avvertimento di François Mitterand, nel suo ultimo discorso davanti al Parlamento europeo : « Il nazionalismo, è la guerra ! ». L’abbiamo visto settanta anni fa, quando la civiltà stava per soccombere. L’abbiamo visto di nuovo, nell’ex-Jugoslavia dilaniata da una guerra etnica. Osserviamo a tutt’oggi la minaccia, ai confini dell’ukraina e della Russia. Quindi ribadiamo questa evidenza fondatrice: l’Europa, è la pace !

Tuttavia oggi, questa unione risulta minacciata. Col favore della crisi economica, in diversi paesi e perfino in Francia, alcune forze cercano di disfarla speculando sulla dellusione, puntando sullo scoraggiamento, riesumando paure. Designango lo straniero come un capro espiatorio. Puntando sulla discordia religiosa. Opponendo le identità nazionali all’impegno europeo. Tali manovre perniciose prosperano su un terriccio fertile.

L’Unione delude. Palesa la propria impotenza di fronte a una disoccupazione che imperversa da ormai tanti anni e le cui prime vittime sono i giovani. Si trova in difficoltà con le sue istituzioni e le sue regole complicate. Non è adeguata quando le sue ingiunzioni richiedono sacrifici invece di rafforzare le protezioni. I cittadini si allontanano da essa quando non se ne separano. Il dubbio nutrisce l’indifferenza. L’incomprensione fomenta il rigetto.

Quindi dobbiamo rinunciare ? Distruggere l’opera di tre generazioni, sconfessare chi l’ha forgiata? E fare a ritroso il cammino percorso da settanta anni?

Noi, Francesi, vogliamo tornare alla guerra commerciale, allo scontro monetario, al ripiegamento nazionale? Io rispetto le scelte. Non è vietato rifiutare l’Unione. Però in questo caso, bisogna farlo con cognizione di causa, dire a che cosa si consente, verso che cosa si torna.


La trappola del declino nazionale

Alcuni vogliono abbandonare l’euro. Pensano che il deprezzamento della moneta unica ci renderà competitivi senza sforzo. Ma la svalutazione significa innanzitutto l’aumento del prezzo di tutti i prodotti importati, il ritorno dell’inflazione, il calo del potere d’acquisto dei meno abbienti. La fine dell’euro significa un’austerità implacabile. La fine dell’euro significa la scomparsa della solidarietà finanziaria, significa una moneta data in pasto agli speculatori. Chi crede che la forza si costruisca nell’isolamento? E’ più di un’illusione, è una trappola. Quella del declino nazionale.

Altri vogliono semplicemente decostruire l’Europa. Rompere una parte o l’insieme degli impegni europei, strappare i trattati, ristabilire le tasse doganali e le torrette della polizia di frontiera. Tagliarsi fuori non dall’Europa ma dal mondo. Questi, mentre pretendono di essere patrioti, non credono più nella Francia. Uscire dall’Europa, è uscire dalla Storia.

Al riparo dietro queste barriere, dicono, saremo protetti dalle tempeste, lontani dalla mondializzazione. Chi può credere loro? Come potrebbe, un paese che esporta più di un quarto della sua produzione, correre il rischio dell’isolamento? Se rifiutiamo i prodotti degli altri, perché accetterebbero i nostri ? Se non vogliamo più comprare, come faremo a vendere?

Sì, bisogna regolare il commercio mondiale. Sì, bisogna difendere le nostre industrie. Sì, bisogna lottare contro il dumping sociale. Ma colpire con una tassa i prodotti che consumiamo tutti i giorni ai prezzi più bassi, sarebbe la perdita di competitività e, presto, l’impoverimento.

Il mondo di oggi slitta vero il Sud e verso l’Est. Nuove potenze emergono senza che le vecchie abbiano ridimensionato le loro pretese. Il futuro appartiene dunque ai continenti. Ovvero all’unione delle nazioni che, senza perdere niente della loro singolarità, coniugano le loro forze per esprimere un modello.

L’Europa è il primo insieme economico del mondo. E’ lungi dall’esserlo sul piano politico. Ne paga il prezzo. Il nostro paese sa assumere le sue responsabilità. A costo di essere talvolta solo. Ecco perché la Francia ha bisogno dell’Europa come l’Europa ha bisogno della Francia. A breve o a lungo termine, tutto ci ordina di unirci, il realismo politico, l’ideale democratico tanto quanto il nostro proprio interesse! Unirci per pesare sul destino del mondo.

L’Europa della volontà

Ancora una volta, ci diranno, lei toglie ai popoli la possibilità di scegliere. Bisognerebbe accettare tutto o rifiutare tutto, ci sarebbero l’Europa oppure il caos.

E invece no! I Francesi possono decidere e imporre sovranamente la loro preferenza. Perché non c’è una sola Europa possibile. L’Unione non è un obbligo. Lascia le nazioni libere. Libere di scegliere l’Europa o di lasciarla. E soprattutto libere di scegliere un’Europa impaurita o un’Europa volontaria.

Esiste, infatti, una visione minimalista, commerciale, « apolitica » dell’Europa, che non vede in essa altro che un mercato, che uno spazio monetario senza governance, che una somma di regole, e fa dell’Unione un’entità senz’anima e senza progetto al di fuori di quello di accogliere i candidati che bussano alla sua porta. I suoi promotori vogliono l’Europa a patto che cammini lungo i muri, riduca il suo budget, diminuisca le sue ambizioni politiche. Complicando le sue istituzioni a forza di compromessi, rendono l’Unione illeggibile e lontana. Per loro, l’astensione dei cittadini non è un problema, sarà anzi una soluzione che permette di non cambiare niente!

A questa Europa della diluizione, oppongo l’Europa della volontà. Quella che agisce laddove si attende il suo intervento, che chiarisce le sue procedure di decisione, avanza più velocemente con i paesi che lo vogliono, si concentra sulle sfide da definire.

Quest’Europa è quella che, a cominciare dall’Eurozona, ridà forza all’economia, mette fine all’austerità cieca, inquadra la finanza sotto la supervisione delle banche, rende il suo vasto mercato un asso, nell’ambito della mondializzazione. E’ un’Europa che investe su grandi progetti grazie a nuovi strumenti finanziari. E’ un’Europa che la fa finita con la concorrenza sociale e fiscale.

E’ un’Europa che protegge le sue frontiere, preservando la libertà di spostamento e garantendo il diritto di asilo.

E’ anche un’Europa che inizia la transizione energetica. La crisi ucraina deve ancora accelerare l’Europa dell’energia per assicurare i nostri approvvigionamenti, mantenere prezzi competitivi e lottare contro il riscaldamento climatico.

Per me si tratta di una priorità per i prossimi anni.


La speculazione è stata respinta

Questa Europa, abbiamo cominciato a darle una realtà da due anni. La speculazione che minacciava l’unità della zona euro è stata respinta, i tassi di interesse sono al minimo storico.

L’unione bancaria è stata introdotta, evitando ogni rischio per i risparmiatori e i contribuenti. La tassa sulle transazioni finanziarie è appena stata decisa da dieci paesi volontari. La posta in gioco della crescita è stata ribadita con l’occupazione dei giovani come priorità. La politica agricola comune è stata preservata. Il digitale e l’eccezione culturale sono ormai degli obiettivi comuni. La Francia ha svolto la sua parte in questo riorientamento. Ma sono consapevole che l’Europa deve andare avanti ancora di più per riacquistare fiducia.

Il 25 maggio prossimo, ognuno verrà chiamato a pronunciarsi sulla via da seguire. Il risultato di questa votazione indurrà la direzione che prenderà l’Europa per i prossimi cinque anni, nonché i responsabili che la rappresenteranno. Per la prima volta, gli elettori, con il proprio voto, designeranno il futuro presidente della Commissione europea. Quanti lo sanno oggi ?

Si tratta, né più né meno, di decidere della sorte del nostro continente, del suo ruolo nel mondo, del modello di società che vogliamo promuovere. Al di là del progresso dell’Europa, la Francia vuole l’Europa del progresso.”

Ultime modifiche: 08/05/2014

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